L’affondamento del KT12 a Orosei.

2008 Luglio 27

L’ampio Golfo di Orosei, spettacolare scorcio della costa orientale della Sardegna, alterna piccoli promontori ed incantevoli baie sabbiose, a nord, mentre a sud offre una costa ripida e selvaggia; quest’ultima, modellata dalle forze della natura, a picco sul mare, emerge maestosa e traforata da numerosissime grotte, molte delle quali ancora inesplorate. Si dice che in alcune di queste grotte viva tuttora la foca monaca, qualcuno giura di averla vista, ma non se ne hanno le prove certe.
Quello che è certo, invece, il mare ne conserva ancora tutte le testimonianze, è che il 10 giugno del 1943, nelle quasi sempre placide acque del Golfo di Orosei, si consumò una vera e propria tragedia che fece moltissime vittime.
Il KT 12, una nave da trasporto germanica, riforniva d’automezzi e carburante le truppe tedesche che combattevano in Africa settentrionale. Quel giorno, verso le dieci del mattino, ebbe la sfortuna di incrociare in questo mare il sommergibile Safari, battente bandiera inglese, in missione lungo la costa orientale della Sardegna.
Un testimone della sciagura, il signor Giovanni Mele, che dimora tutt’oggi ad Orosei, a distanza di oltre 60 anni non riesce a dimenticare le scene di quell’episodio e la sua voce, durante il racconto che ci ha gentilmente offerto dei fatti, tradisce l’emozione e lo sgomento che tutti gli abitanti del piccolo paese sardo vissero a quell’epoca.
Tutto iniziò verso le dieci del mattino, con un fortissimo boato: uno dei tre siluri lanciati dal sommergibile era andato a segno. Lo squarcio apertosi distaccò di netto la prua, facendola affondare immediatamente, mentre il resto dello scafo, sospinto dai motori ancora in funzione, continuò a navigare imbarcando acqua ed affondando dopo qualche ora a distanza di poche centinaia di metri. Durante il tragitto riversò in mare grandi quantità di materiale quali fusti di carburante, automezzi e macchinari vari (oggi costituiscono svariati punti d’immersione). Bastarono pochi secondi dopo la fuoriuscita del carburante, e la superficie del mare si trasformò in un enorme rogo. Gli abitanti di Orosei si prodigarono generosamente nell’opera di soccorso, che fu immediata, ma la gravità delle lesioni da ustione riportate dai membri dell’equipaggio era tale che sopravvissero solo tre persone, le uniche riuscite a buttarsi prontamente in mare, appena avvistato il periscopio del sommergibile in superficie e poco prima dell’esplosione. L’acqua restituì cadaveri per oltre un mese, molti dei quali resi irriconoscibili dalle fiamme e che vennero sepolti nel cimitero di Orosei senza un nome. Due siluri inesplosi, lanciati dal sommergibile, ma evitati dalle manovre del capitano furono per un lungo periodo innocente ma pericolosissimo gioco per i bambini: vennero fatti brillare dopo l’armistizio. Gli abitanti della zona conoscono il KT come “la petroliera” perché i fusti di carburante spiaggiati e in seguito recuperati fornirono combustibile per i trattori del paese per molto tempo. I bidoni erano di lamiera zincata robustissima e tutto quello che il mare restituì fu utilizzato.
Sono necessari tre tuffi diversi per esplorare ciò che il mare conserva di quella tragedia.
IL RELITTO
Riposa a circa trenta metri di profondità su un fondo piano, sabbioso, chiarissimo, ideale per un’immersione molto interessante e di totale relax. La dimensione dello scafo, pur essendo considerevole, consente, se non ci si sofferma troppo nello scrutare i dettagli, di esplorarlo tutto in circa 30 minuti, con una breve decompressione. Appena iniziata la discesa si possono osservare grossi esemplari di pesce balestra che regolarmente si dileguano al sopraggiungere dei compagni d’immersione. L’esplorazione inizia dal punto più profondo, a poppa. A 34 metri le eliche ed il timone sono parzialmente infossate nella sabbia, le parti emergenti risultano completamente incrostate di spugne arancioni. Dimora qui una bella cernia che scompare all’avvicinarsi dei subacquei, ma che probabilmente col tempo diventerà più confidente. Si risale lungo la poppa per arrivare al primo ponte, dove si nota immediatamente la presenza dell’ancora di rispetto e del timone di manovra, sulla sinistra del relitto. Continuando la risalita si arriva al secondo ponte, dove appare il cannoncino, sicuramente l’elemento più rappresentativo del relitto. La canna è puntata verso l’alto, spesso la bocca da fuoco collima con il sole oltre la superficie. A lato del cannoncino vi sono i sostegni di due mitragliatrici: una è adagiata di fianco al sostegno mentre l’altra giace sul fondo sabbioso, a notevole distanza. Resistono anche i sostegni delle scialuppe di salvataggio, che, ovviamente, mancano. Il castello sta lentamente crollando, giorno dopo giorno, sotto il peso di un’enorme ancora di una nave da carico incagliatasi nello scafo. La parte posteriore del castello consente l’ingresso alla sala macchine dove sono perfettamente riconoscibili alcuni manometri, seppure incrostati ed arrugginiti. Lo spazio è piuttosto angusto, ma non vi sono reti e lenze abbandonate, vale sicuramente la pena, con una buona torcia e un poco di prudenza, fare un giro all’interno. Qui vivono alcune grosse corvine, piuttosto confidenti in estate, visto l’elevato numero di visitatori. Proseguendo l’esplorazione ci troviamo di fronte a grosse aperture da cui si può facilmente accedere alle stive, il cui fondo è ormai pieno di sabbia. Spiccano un paio di grossi cerianthus e frequentemente s’incontra la torpedine. Nella parte alta delle lamiere, più esposte alla luce, crescono rigogliosi i sargassi. Si può uscire dalle stive attraverso l’enorme squarcio creato dall’esplosione del siluro: le spesse lamiere, completamente deformate dalla deflagrazione, offrono uno spettacolo piuttosto sinistro. Sul fondo giacciono numerosi fusti di carburante, alcuni dei quali abitati da gronghi e murene. Durante il tragitto di ritorno verso la cima del gavitello fisso cui ci si ancora, s’incontrano sempre bei saraghi pizzuti, scorfani, nuvole d’occhiate e spesso le ricciole.
LA PRUA
La prima parte che affondò giace a trenta metri di profondità, adagiata su un fianco. Dista circa mezzo miglio dallo scafo. La parte esposta alla luce è ricoperta d’alghe, mente la parte in ombra è stata colonizzata da spugne e numerosi celenterati della specie Leptosamnia pruvoti. Da pochi anni è nota la posizione della prua, per questo è avvolta da molti pezzi di rete abbandonati e da filaccioni di nylon. A volte le castagnole e gli anthias sono così numerosi da simulare un proseguimento delle lamiere verso la superficie. Purtroppo i pescatori di frodo saltuariamente fanno razzia, rendendo vano il lavoro di decine di subacquei che, rispettando la natura e le leggi, riescono ad infondere fiducia agli abitanti delle lamiere. Considerando che ci troviamo su un fondo piatto e sabbioso, assolutamente privo di ripari, possiamo immaginare cosa potrebbe essere un simile rifugio se non vi fossero queste scorribande illegali. In estate, con l’aumento del numero dei subacquei, le visite dei bracconieri diminuiscono e il pesce ritorna. Uno stupendo branco d’eleganti corvine è in ogni modo stanziale. Volteggiano tra le lamiere apparendo e scomparendo negli stretti cunicoli all’interno dello scafo. Frequenti gronghi, murene, musdee e cerniotte. Anche qui i più fortunati potranno assistere al meraviglioso spettacolo del passaggio di branchi di ricciole, specialmente in primavera.
I CAMIONCINI
E’ così denominato il sito in cui, sparsi su un fondale sabbioso misto a posidonia di circa trenta metri, giacciono un paio d’automezzi, un gruppo elettrogeno ed alcuni fusti di carburante. Nei rifugi offerti dalle strutture metalliche vivono alcune cernie brune, cernie bianche, murene ed aragoste. Queste ultime si possono individuare nelle ruote gemellate di uno degli automezzi offrendo ai subacquei la possibilità di inquadrature un poco insolite. Anche la p
osidonia circostante merita un giro di ricognizione: grosse Pinna nobilis con le valve incrostate di spugne e briozoi svettano tra le verdissime foglie ed è piuttosto frequente il passaggio dell’aquila di mare, un incontro raro e molto fortunato nel Mediterraneo.

fonte: www.paolo-fossati.com

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